Curare la frattura metabolica

8 Aprile 2020 | Pubblicato in lingua inglese su Medium | Rivisto a Gennaio 2024

Durante il mio primo inverno frugale in montagna, avevo un’ossessione in testa. Come lavorare su quella che John Thackara chiama ‘frattura metabolica‘ – “la distanza tra esseri umani e natura che è cresciuta con lo sviluppo dell’economia moderna”.

Ho pensato di familiarizzare prima di tutto con i dintorni. Il Buttignan, il Frascola, il Lovet, il Rodolino, le loro cime ed i loro boschi. Da casa posso seguirli comodamente, dalla nebbia mattutina al chiaro di luna. Li ho osservati, cogliendo la distorsione del loro silenzio, imparando cose inutili. In poche settimane, li ho cercati durante il giorno, fino al punto che vederli da una nuova angolazione mi emozionava più di ogni altra cosa. Abbiamo finito per condividere alcuni dei più bei momenti di solitudine come vere anime gemelle. Ho iniziato a preoccuparmi di più, a provare compassione per loro: la mancanza di neve è diventata un cruccio, un Natale caldo un doppio incubo.

Questo nuovo sguardo ai miei vicini naturali mi ha fatto capire quanto sia reale l’emergenza climatica. Ne sono testimone ogni giorno quassù. Non mi distanzio più, non seguo distrattamente i feed digitali; vedo la siccità, gli effetti di tempeste senza precedenti, le frane e i cicli vegetativi alterati – solo per citarne alcuni.

Dovremmo preoccuparci di più, molto, molto di più, soprattutto per coloro che sono addestrati a pensare in modo sistemico tutto il giorno. Come designer, il contesto dovrebbe essere sempre molto più ampio, lo scopo così diverso. Come? Mi sono convinto sempre più che si tratti di prendersi cura concretamente del territorio, ovvero la combinazione di persone e altri organismi in uno spazio definibile. Qual è il vostro territorio? Intendo quello a cui tenete e per cui operate. Provate a chiedervelo sinceramente.

“Non sei tu a scegliere, è la terra” 1

Uno dei motivi per cui sono venuto a vivere qui è stato il paesaggio aspro. Me ne sono innamorato e sono rimasto ancora più colpito dalle vicissitudini delle generazioni passate in un territorio simile. Secoli fa questa era una comunità ricca e potente, con commerci che toccavano Firenze e Amsterdam. La valle divenne rapidamente sovrappopolata, le foreste furono progressivamente trasformate in pascoli fino al collasso dell’economia a causa della crescita incontrollata e dell’estrazione intensiva. Vi suona familiare?

La natura riprese il controllo sui campi sfruttati e sui villaggi abbandonati, ma la società locale non si riprese mai: crollò sotto la spinta del miracolo economico italiano.

Non ho mai pianificato di dare una mano qui, è successo e basta. Giorno dopo giorno, ho finito per vedere la mia professione svilupparsi dove sarebbe stata meno ovvia per molti, anche per i più orientati al sociale. Progettare in una valle scarsamente popolata e colpita da un progressivo decadimento socio-economico, senza ritorno personale, non è cool. Quasi nessuno investe risorse proprie per collaborare con il fornaio, l’agricoltore, il postino o uno studente adolescente che percorre 100 km al giorno; su come trasformare un territorio trascurato da un presente miserabile a un domani di cambiamenti epocali che il mondo dovrà presto affrontare.

“La rinascita è la nuova innovazione” 2

Patrizia è un’energica insegnante di scuola primaria, una musicista folk ed ex Assessore alla Cultura di un piccolo Comune montano. Moreno è un paesaggista, urbanista e storico appassionato, insignito della cittadinanza onoraria per i suoi studi a lungo termine sulla valle. Non abbiamo aspettative, non abbiamo budget, abbiamo semplicemente deciso di invitare la popolazione, di età media 55+, a:

  1. fidarsi di nuovo di qualcuno, dopo anni di delusioni politiche;
  2. descrivere i propri reali bisogni, sia come individui sia come comunità;
  3. mappare le risorse disponibili e i vincoli;
  4. concordare una prima sfida da affrontare;

Niente social media, ma telefonate e un paio di fogli A3 appesi alle pareti dei bar locali.

Incredibilmente, si sono presentati 60 dei 650 residenti dell’alta valle del Meduna, rendendola di fatto la sessione unica più numerosa che abbia mai facilitato. Il pubblico era piuttosto eterogeneo: negozianti, albergatori, una dozzina di giovani, ottantenni vivaci, i due sindaci e alcuni consiglieri, e un paio di ospiti attivi in ambito culturale nelle città vicine.

Moreno e io abbiamo tenuto brevi interventi su fatti e dati degli ultimi secoli, sul perché un problema complesso non dovrebbe intimidire e su come il design sia ciò che tutti noi utilizziamo per trasformare l’immaginazione in realtà. L’attività plenaria è stata ancora una volta sorprendente: la prima richiesta è stata quella di costruire una vera comunità partecipativa. In fondo, anche in contesti così piccoli, le persone soffrono l’individualismo contemporaneo. Seconda richiesta, la necessità di attrarre nuovi e giovani residenti per rivitalizzare il territorio. Infine, con un’autoanalisi sorprendentemente schietta, la mancanza di apertura dei locali è stata vista come il principale limite al raggiungimento degli obiettivi sopra menzionati.

Avevamo immaginato che parlando di ‘risorse’ avremmo potuto finire in una qualche sorta di discorso materialistico, ma la maggior parte ha considerato la terra e l’acqua come la loro unica ricchezza quassù. Le persone hanno indicato l’acqua come priorità. Del resto, la zona è caratterizzata da tre bacini artificiali creati negli anni ’60. Un intervento che ha modificato radicalmente la natura, la società e l’economia della regione. Abbiamo deciso di concentrarci sulla fragilità di questo ecosistema. Per riconnetterci con la terra, per partire da lì nel costruire una nuova identità inclusiva. Per immaginare un futuro sostenibile per un nuovo (vecchio) territorio.

La frattura metabolica di cui sopra è così profonda oggigiorno che persino le persone che vivono immerse nella natura da generazioni ne soffrono. Cercheremo di sanarla collettivamente. Con urgenza e pazienza.