25 Settembre 2019 | Pubblicato in lingua inglese su Medium | Rivisto a Gennaio 2024

Beyoğlu, Istanbul, 2015
In questi giorni di proteste sul cambiamento climatico, mi è venuto in mente Ghiaccio-nove di Vonnegut:
“Sto pensando di proclamare uno sciopero generale di tutti gli scrittori fino a quando l’umanità non ritroverà la ragione. Lei darebbe la sua adesione?”
“Ma gli scrittori hanno diritto di sciopero? Sarebbe come se la polizia o i pompieri piantassero in asso il loro lavoro.”
“O i docenti universitari.”
“O i docenti universitari” convenni. Scossi la testa. “No, non credo che la mia coscienza mi permetterebbe di aderire ad uno sciopero del genere. Quando un uomo diventa scrittore, credo si assuma il sacro impegno di produrre bellezza e lumi e conforto al massimo della velocità.”
“Non posso fare a meno di pensare a che scossa potente riceverebbe la gente se, di punto in bianco, non ci fossero più nuovi libri, nuove commedie, nuove opere storiche, nuove poesie…”
Non stiamo parlando solo del cambiamento climatico, del rischio di renderlo irreversibile, dell’inizio di un’estinzione di massa con sofferenze inimmaginabili fino ad allora.
La piccola Greta ci sta insegnando molto su noi stessi, ci sta mostrando il nostro lato peggiore. La pigrizia di chi le volta la faccia dall’altra parte, la stupidità dei suoi detrattori, l’egoismo di chi tradisce i governi. Ha ragione a essere delusa. È delusa dai politici – che, in teoria, eleggiamo. È delusa dagli adulti – che, in teoria, siamo noi. Forse sarebbe saggio iniziare a essere un po’ delusi da noi stessi.
Ad esempio, cosa stiamo facendo noi designers, un gruppo di anticonformisti potenti e privilegiati, creativi, innovativi, risolutori di problemi e così via?
Non basta essere responsabili nella vita di tutti i giorni, spegnere le luci, smettere di usare la plastica, mangiare meno carne, andare in bicicletta. Tutti possono e dovrebbero farlo. La mia domanda riguarda le nostre responsabilità quando ci sediamo a quel tavolo per cui abbiamo lottato a lungo.
Potresti difendere le tue intuizioni più sincere, ma è del tutto irrilevante insistere per una funzione di risparmio energetico in un prodotto non necessario. Non basta intervistare una dozzina di utenti per convincerti che tieni alle persone e al pianeta.
Solo pochi, pochissimi fortunati lavorano per risolvere problemi reali (sarebbe carino da parte tua stimolare il cambiamento nella mente di quanti più colleghi designer possibile. Grazie). La realtà è che la maggior parte di noi semplicemente non sta facendo la cosa giusta. Siamo abbastanza fortunati da usare parole di straordinaria bellezza, più volte al giorno. Parole che evocano intelligenza, potere e altruismo: comprendiamo, impariamo dalle persone, immaginiamo, creiamo, esploriamo, misuriamo, cresciamo, abbiamo un impatto.
Quali problemi contorti stiamo cercando di risolvere con queste parole e con i metodi e gli strumenti invincibili che le sostengono? Quali sono le nostre priorità?
La triste verità, spesso non detta, è che le attività alle quali molti di noi dedicano le proprie testa, cuore, e mani non sono poi così importanti, a volte sono addirittura dannose per gli altri.
Dovremmo imparare e migliorare in fretta, più velocemente degli altri, come predichiamo sempre ai nostri clienti e stakeholders. Non ci resta molto tempo per renderci conto di essere parte di un problema sistemico di natura socio-economica.
Dobbiamo ammettere che siamo tra i maggiori contributori al falso progresso, all’accumulo di prodotti superflui, allo sfruttamento di persone troppo distratte o poco istruite per opporsi a qualcosa di cui non hanno bisogno, alla creazione di dividendi per gli speculatori.
Dobbiamo cambiare atteggiamento con urgenza. Dovremmo smettere di pensare a fama e fortuna, perché è quello che fa la maggior parte di noi. Diamo la colpa alle multinazionali del ‘greenwashing’, ma siamo noi i primi a ripulire la nostra coscienza. È tempo di considerarci decisivi per l’umanità, con l’enorme fardello di responsabilità e sacrifici che un’idea del genere porta con sé. Forse questi sono i giorni per guardare dentro di noi e intraprendere azioni radicali per smettere di connivere con la macchina che ci mette tutti in pericolo. Hai deciso di diventare un designer, è una scelta molto più audace e complicata che vivere in una bolla.
Sento e leggo che il design è uno dei tanti atti politici; non la penso così. Almeno, non per la maggior parte di noi; pensiamo e ci comportiamo ancora come semplici consulenti di mercato. Se il design fosse un atto politico, la nostra sarebbe una missione quotidiana, civica. Per cominciare, decideremmo di scioperare, come gli scrittori di Vonnegut, come i nostri figli.
Una settimana senza pixel, senza post-it in giro, senza un solo compromesso con clienti noiosi. Il settore si innervosirebbe. Mentre alcuni potrebbero essere licenziati o perdere clienti, molti altri manterrebbero il lavoro ma cambierebbero vita. Gli effetti durerebbero ben oltre le 40 ore di protesta.

Bovisa, Milano, 2012
Quelli licenziati avrebbero qualche difficoltà a pagare le bollette, certo. Dovrebbero smettere di consumare per qualche mese. Per loro, l’austerità porterebbe con sé un aumento delle performance artistiche, il ritorno alla poesia e la riscoperta della natura. Gli sfortunati che manterrebbero il proprio lavoro senza il coraggio di andarsene vivrebbero picchi di eccitazione e terrore. Sarebbe un continuo rispolverare portfolio, leggere post degli ormai ‘fuorilegge’. Piccoli gruppi di designers indipendenti crescerebbero e intimiderebbero il vecchio mercato; i laboratori di innovazione si trasformerebbero in laboratori viventi fra la gente; un numero crescente di studi accetterebbe solo lavori per il bene comune e combattenti risoluti per il cambiamento.
Riuscite a immaginare orde di criceti che scappano dalle loro ruote? Un’ondata di anime libere che tornerebbero a creare cose meravigliose, inutili e provocatorie per far riflettere? Probabilmente correremmo ai cassetti dell’università per tirar fuori i sogni che vi abbiamo lasciato. Per trasformarli nelle soluzioni di cui abbiamo disperatamente bisogno ora.
Lo so Kurt, è troppo impegnativo e spaventoso per visionari indolenti e ben pagati come noi. Ma ehi, “non posso fare a meno di pensare a che scossa potente riceverebbe la gente”